Premessa: in realtà originariamente non pensavo di fare questo viaggio, dal momento che arrivavo da un periodo lavorativamente difficile, e quindi sinceramente viaggiare era l’ultimo dei miei pensieri, oltre al fatto che l’eclisse totale di Sole del 12 agosto 2026 sarebbe stata difficile da osservare perchè al tramonto del Sole, quindi molto bassa, e di breve durata, per cui stavo per lasciar perdere. Poi però per fortuna il nuovo anno mi ha portato un lavoro nuovo e appagante, e mi sono convinta, anche perchè volevo rivivere l’emozione di assistere di nuovo a un’eclisse totale di Sole! In effetti dalla prima è già passato qualche anno…
Parlando con Carlo Benna dell’INAF – Osservatorio Astrofisico di Torino e facendo ricerche indipendenti per conto mio sulle situazione meteo in Spagna ad agosto, è emerso che uno dei luoghi migliori per l’osservazione dell’eclisse totale di Sole del 12 sarebbe stata la zona nelle immediate vicinanze di Soria, una cittadina spagnola di 41025 abitanti nella regione di Castiglia-Leon: qui si sarebbe raggiunto il giusto compromesso tra durata della totalità (comunque breve, appena 1 m 42 s!) e maggiore probabilità di trovare un meteo favorevole.
Detto fatto: a maggio, tramite Airbnb, ho prenotato un appartamento per 5 persone a Soria per i giorni dal 10 al 14 agosto, che è poi stato occupato da quattro matti provenienti da ambiti completamente diversi, ma tutti accomunati dall’amore per l’astronomia: Franco, un signore gentilissimo nonchè medico in pensione; Elena, maestra di scuola elementare; Antonio, tecnico informatico, fotografo e appassionato di stampa 3D e la sottoscritta. Dall’Italia non siamo partiti tutti insieme, ma in giorni diversi in base ai vari impegni di ciascuno: io e Franco abbiamo fatto il viaggio insieme partendo l’8 agosto 2026, mentre con gli altri ci siamo ritrovati direttamente a Soria. Abbiamo optato per un viaggio in macchina sia perchè eravamo carichi di strumentazione astronomica, sia per avere maggiore flessibilità negli spostamenti sia perchè i prezzi dei voli in aereo erano diventati folli. Il 7 agosto sera abbiamo caricato la macchina di Franco con la mia strumentazione e quella di Antonio in modo da poter valutare di quanto spazio avevamo bisogno e non perdere tempo prezioso la mattina dell’8. Fortuna che in macchina ci stava tutto!
Qui di seguito troverete itinerario e tappe del viaggio con i luoghi e le attività che abbiamo fatto così vi fate un’idea se desiderate fare un viaggio simile al nostro. Una parte speciale sarà dedicata al racconto dell’eclissi totale di Sole e ai sopralluoghi per cercare il luogo adatto. Buona lettura!
8 agosto 2026: Nimes, Francia
La prima tappa del viaggio, a cui si arriva dopo aver varcato il Frejus e aver guidato per circa 5 ore. Nimes è una graziosa città di 143917 abitanti nella regione dell’Occitania, nel sud della Francia. Il suo nome deriva da Nemausus, una divinità celtica legata a una sorgente sacra attorno alla quale si sviluppò l’antico insediamento gallico dei Volci Arecomici. I Romani successivamente latinizzarono il nome in Colonia Nemausensis Augusta nel I secolo a.C., mantenendo il riferimento alla sorgente d’acqua. Il riferimento a questa sorgente si ritrova anche nel simbolo della città di Nimes che rappresenta un coccodrillo incatenato ad una palma, come quello che abbiamo visto in una fontana in Place du Marchè progettata congiuntamente dall’artista francese Martial Rayssè e dall’architetto italiano Vito Tongiani: il coccodrillo, che vive di cadaveri e marciume, e la colonna troncata, che simboleggia la palma, richiamano l’idea della morte. L’acqua che sgorga dalla fontana invece simboleggia la risurrezione.
Nel nostro giretto, oltre a recuperare Monia e la sua mamma, siamo passati davanti alla chiesa di San Paolo, in stile neoromanico, eretta tra il 1835 e il 1849 su progetto dell’architetto francese Charles-Auguste Questel.
Abbiamo visto dall’esterno (ormai era tardi e non si poteva più visitare l’interno) anche la Maison Carrée (“Casa Quadrata”), un tempio romano dedicato a Gaio Cesare e Lucio Cesare, figli di Augusto, e ai principi della gioventù, costruito tra il 19 e il 16 a.C. da Marco Vipsanio Agrippa.



Guardandoci in giro, ci siamo imbattutti in un tipo di negozio poco diffuso in Italia: una farmacia veterinaria. Sì, avete capito bene, si tratta di una farmacia specializzata proprio nella vendita di farmaci ad uso veterinario. La vetrina era piuttosto particolare, perchè è abbellita con provette colorate, contenitori per le pastiglie e altri contenitori pieni di liquidi colorati.


Il monumento sicuramente più spettacolare però è l’arena romana: una vera arena romana del I secolo d. C. in ottimo stato di conservazione, dove tuttora vengono proposti spettacoli! E, grazie a un’idea geniale di Monia, abbiamo potuto vedere uno di questi spettacoli, ovvero “La reve du gladiateur” (“Il sogno del gladiatore”): è in pratica la storia di un gladiatore che combatte la sua ultima battaglia, e “quando la battaglia finale finisce, il sogno eterno comincia”. Da appassionata di storia dell’antica Roma, è stato davvero emozionante calcare gli stessi gradini e sedersi negli stessi posti in cui si sedettero gli antichi Romani 2000 anni fa: un attore/presentatore vestito da antico romano ci ha catapultato in una sorta di rievocazione storica dei ludi gladiatorii, e noi spettatori abbiamo potuto assaporarne l’atmosfera.








Alla fine di questa estenuante giornata, stremati siamo andati a dormire in un ostello della gioventù sulle colline di Nimes: il posto era bello e in mezzo alla natura, ma quando siamo entrati, una ventata di aria calda ci ha avvolto: dentro ci saranno stati almeno 40°C, e nella nostra stanza l’unica finestra che c’era era un vasistas: lascio a voi immaginare il caldo infernale che faceva lì dentro… e questo caldo infernale praticamente ci ha accompagnato per tutto il viaggio.
9 agosto 2026: Tolosa, Francia (o meglio la Citè de l’Espace)
Il 9 agosto è stato pressochè interamente dedicato alla visita della Città dello Spazio, uno science center immenso dedicato alla divulgazione dell’astronomia e dello spazio e relative tematiche. Da appassionati, anzi infognati fin sopra la testa della materia non potevamo non visitarlo! Inaugurato nel 1997, è il frutto di un progetto nato dalla collaborazione tra Comune di Tolosa, Regione Occitanie Pyrénées-Méditerranée, CNES, Airbus Defense and Space, Météo-France, Ministero dell’Istruzione, Thales Alenia Space, ESA e molti altri enti, e in tutto questo tempo è stato visitato da più di 7 milioni di persone. Nella parte esterna ospita riproduzioni a grandezza naturale di alcune astronavi, navicelle e razzi che hanno fatto la storia dell’astronautica, come per esempio il LEM o il razzo Ariane 5 o la stazione spaziale MIR: alcuni di essi sono già ben visibili da lontano, avvicinandosi in macchina! A proposito dell’Ariane 5: non capita tutti i giorni di dormire in una camera di B&B con vista spaziale proprio sul grande lanciatore, che con i suoi 53 m d’altezza fa bella mostra di sè, come se fosse sulla rampa di lancio pronto a partire!










L’interno del museo invece ospita numerosissime postazioni interattive con piccoli esperimenti: per esempio il grande classico di simulare la forza di gravità lunare saltando o sollevare un oggetto sulla Terra e sulla Luna, oltre a simulazioni di viaggi verso futuristiche basi lunari o nuovi concept per le tute spaziali degli astronauti di domani: uno di questi prevede che, anzichè fare la vestizione all’interno della stazione spaziale in una camera apposita che poi viene depressurizzata, l’astronauta si infili direttamente da dietro nella tuta, già esposta all’ambiente spaziale esterno. Presenti anche sezioni dedicate ai materiali edilizi per eventuali basi lunari o marziane, ai meteoriti e ai motori per razzi. Adesso mi è impossibile elencare tutte le attrazioni presenti, ma se volete scoprirle (e magari una volta o l’altra visitare la Citè de l’Espace) vi invito caldamente a consultare il sito del museo. Ci sono anche un cinema IMAX dove proiettano, tra gli altri, un bellissimo filmato sul James Webb Space Telescope (che però non son riuscita a guardare per intero, perchè… mi sono addormentata, vinta dalla stanchezza) e non uno, ma ben due planetari: lo Stellarium dedicato ai più piccoli, e il Planetarium agli adulti. Mentre Elena provava la Moon Experience, una sorta di centrifuga che simula i g che sperimentano gli astronauti sul petto durante il lancio che rendono i movimenti difficoltosi (ad un certo punto, visto che non riusciva a schiacciare un bottone con le mani, l’ha schiacciato con i piedi: quando si dice a mali estremi…), noialtri abbiamo visto uno spettacolo del Planetarium dedicato all’eclisse totale di Sole del 12 agosto: era un obbligo morale vederlo.






















La cosa bella è che il biglietto del museo comprende tutte le attività: si può pertanto decidere in autonomia quali provare e quali no. Ovviamente vi consiglio di provarne il più possibile. Ah, come se tutto ciò non bastasse, ci è capitato anche di incontrare, per puro caso, anche un nostro giovane amico astrofilo dei Bisalta con la sua famiglia! E per poco non beccavo un altro mio amico, Stefano: pensate che eravamo entrambi contemporaneamente presenti nel complesso museale, ma visto che non sapevamo che l’altro era lì, non ci siamo visti! La Citè de l’Espace è proprio pensata come un luogo dove trascorrere il tempo, ci sono infatti anche un bar e un ristorante (che si chiama l’Astronauta, con molta fantasia), e la visita comunque richiede minimo una giornata intera, dalle 10:00 alle 19:00. Davanti al museo c’è un bellissimo parco, fondamentale se volete stare al fresco, perchè la temperatura esterna è davvero alta.
Ah, dimenticavo: la sera, dopo Citè de L’Espace, avremmo desiderato fare un giro per il centro di Tolosa; ma purtroppo un diluvio universale ce l’ha impedito, per cui abbiamo dovuto ripararci in fretta e furia sotto la risicata sporgenza di un tetto (ovviamente ci siamo marciti tutti). In compenso però siamo diventati esperti delle arcate e dei ponti dove poterci riparare in caso di pioggia se ci ritorneremo, una preziosa competenza non comune tra i turisti che visitano la città. Prima che piovesse, siamo riusciti ad ammirare da fuori gli Espace EDF Bazacle, al 11 quai Saint-Pierre, sulle rive della Garonna: si tratta di un edificio in mattoni che ospita una storica centrale idroelettrica, attiva dal 1888, costruita sul sito degli antichi mulini del Bazacle. Oggi è ancora una centrale funzionante, ma ospita anche spazi espositivi dedicati alla storia dell’elettricità, all’energia e alla biodiversità della Garonna.





10 agosto 2026: Saint-Jean-Pied-de-Port, Francia
Nel nostro itinerario non poteva mancare una sosta in questo grazioso paesino di appena 1718 abitanti, situato ancora in Francia ma quasi al confine con i Paesi Baschi: il suo nucleo originario risale al 1100 o giù di lì, e tuttora mantiene il suo caratteristico aspetto medioevale, a tal punto che non mi sarei stupita di vedere sbucare da qualche viuzza un cavaliere in armatura a bordo del suo destriero. Qui convergono i quattro cammini francesi che compivano i pellegrini secoli fa per raggiungere Santiago de Compostela, nel nord-ovest della Spagna (vedere la mappa in una delle foto), per cui questo luogo rappresenta ancora oggi il punto di partenza ufficiale del cammino di Santiago di Compostela: passeggiando per le vie del paese, ci è capitato di incontrare un sacco di gente con lo zaino in spalla, oltre a imbatterci in un sacco di negozi che vendono articoli da trekking per i pellegrini. Franco, che fece il cammino di Santiago un po’ di anni fa, impiegandoci un mesetto (considerando tappe da 25 km al giorno), mi ha fatto notare un paio di lapidi affisse su una parete di una casa che rappresentano i simboli dei pellegrini:
La Capasanta (Conchiglia): È il simbolo più famoso. In passato serviva come bicchiere o piatto per bere e mangiare. Le sue linee che si uniscono indicano le diverse strade che portano a Santiago.
Il Bordone: È il bastone di legno usato per camminare, difendersi dagli animali e superare i tratti ripidi. È considerato il “terzo piede” del pellegrino.
La Zucca: Veniva svuotata e usata come borraccia per l’acqua o il vino durante il viaggio.
La Bisaccia (o sacca): La piccola borsa di stoffa o pelle portata a tracolla per contenere lo stretto necessario.
Nella parte alta del paese sono ancora ben visibili ampi tratti della cinta muraria a sua difesa, oltre alla cittadella; ad un certo punto si giunge a un piccolo piazzale da cui si può ammirare il panorama circostante; una mappa indica i principali rilievi visibili nel circondario.
La prima menzione scritta dell’esistenza della cittadella risale al XII secolo. Martin Chipia, rappresentante del Re Saggio Sancho VI di Navarra (1132-1194), fu probabilmente incaricato della sua costruzione, completata nel 1189. Nel 1191, la costruzione del castello era terminata e in seguito fu sorvegliato da Rodrigue de Baztan, sia governatore di Saint-Jean-Pied-de-Port sia rappresentante del re nell’«Ultrapuertos», cioè al di là dei «puertos», termine pirenaico che significa passo di montagna. A partire dal XIII secolo, il castello fortificato permise l’insediamento della popolazione sui versanti di Mendiguren (in basco questa parola significa “In vicinanza delle colline”, che continuò a crescere. Il castello originario comprendeva inoltre gli alloggi reali, o «palazzo», una cisterna, una cantina, un forno e una cappella. La posizione elevata del castello a oltre 80 metri sopra la città lo rendeva un’importante postazione di osservazione. Non fu prima del XIV secolo che le mura della città vennero collegate al castello. Nel XV secolo, le famiglie d’Aragona e d’Albret si contesero il possesso del castello, dando luogo a un continuo rafforzamento delle fortificazioni.
Nel 1614, il castello è ancora in piedi, come mostra un disegno di Joachim Duviert datato allo stesso anno. Nonostante le nuove relazioni pacificate tra Francia e Spagna, esso rimane un punto strategico essenziale di fronte al rischio di invasioni. Tuttavia, i progressi dell’artiglieria lo rendono vulnerabile. Re Luigi XIII e il suo ministro Mazzarino vogliono mettere in sicurezza i confini del regno. Tra il 1625 e il 1627 viene quindi costruito un nuovo castello fortificato, sotto la supervisione dell’ingegnere generale Pierre de Conty d’Argencourt, che riprende i lavori intrapresi durante il regno di Enrico IV.
Con una sola mezzaluna, la fortezza ha la forma di un rettangolo di circa 160 metri per 105, circondato da terrapieni e rinforzato da un bastione a ogni angolo. Si accede attraverso una sola porta situata al centro della corte. Il padiglione della porta reale, con due ali che ospitano le caserme e due magazzini, occupa l’area fortificata dove si trova ancora oggi l’antico dongione.
La Guerra dei Trent’anni e le nuove tensioni diplomatiche portano a rafforzare la difesa delle frontiere. Per questo motivo i lavori vengono proseguiti sotto la direzione degli ingegneri del re Desjardins (dal 1643 al 1647) e Demihet: ricostruzione dei bastioni in pietra da taglio, costruzione di edifici periferici, installazione di una postierla, ecc.
Dopo una visita nel 1685, Vauban, commissario generale delle fortificazioni del re Luigi XIV, segnala una serie di gravi «errori» e propone alcune modifiche per aumentare l’efficacia della fortezza. A partire dall’anno successivo vengono eseguiti nuovi lavori sotto la direzione di François Ferry, ingegnere del re.
La cittadella medievale viene sostituita da una fortificazione con bastioni e torri, mentre la metà orientale è protetta da una controscarpa, preceduta da un cammino coperto con traverse e da una controscarpa collegata al corpo principale della fortificazione da una capponiera posta sotto il ponte della porta.





















10 agosto 2026: Roncisvalle, Spagna
Dopo Saint-Jean-Pied-de-Port, la tappa successiva è Roncisvalle, situato in Spagna ad appena 4 km dal confine francese, nella comunità autonoma della Navarra: oltre ad essere un’altra tappa del cammino di Santiago, è famosa nella storia e nella leggenda per la morte di Orlando nel 778 durante la Battaglia di Roncisvalle, quando la retroguardia di Carlo Magno venne distrutta dalle tribù basche. In corrispondenza del passo, a 1057 m s. l. m. si trovano una chiesa moderna dedicata a San Salvatore di Ibañeta e i resti di un’antica domus romana, e qui troviamo un gradevolissimo sollievo dalle temperature torride che ci accompagnano dall’inizio del viaggio.
Nel paese ci sono le chiese della Collegiata Reale di Roncisvalle, in stile gotico e risalente al XII secolo, e la Chiesa di Santiago del XIII secolo.

















10 – 14 agosto 2026: Soria, Spagna, e l’eclisse totale di Sole del 12 agosto 2026
E finalmente veniamo al cuore del resoconto del viaggio: i preparativi per l’osservazione dell’eclisse totale di Sole del 12 agosto 2026, oltre all’osservazione della stessa eclisse!
La mattina del 10 agosto, un nostro amico, Federico dell’Osservatorio Astronomico di Cavaglià, mi manda su Whatsapp le posizioni di due luoghi che aveva individuato come potenzialmente adatti per osservare l’eclisse di Sole. Dal momento che Elena è arrivata per prima in appartamento e si sta riposando, Antonio non c’è ancora (lo recupererò io la sera stessa alla stazione degli autobus: arriva da Bilbao, dove si trovava per lavoro per smontare la mostra sui film di Ritorno al Futuro), io e Franco siamo gli unici a poter già fare un sopralluogo, perchè siamo ancora in macchina: arriviamo infatti la sera del 10, ma ancora in tempo utile per fare questa ricognizione. Il nostro giudizio è lapidario: questi due luoghi non sono assolutamente adatti all’osservazione di un’eclisse totale di Sole per due ragioni: 1) sono in mezzo agli alberi 2) non c’è un piazzale adatto a parcheggiare la macchina e a mettere fuori i telescopi; questi due luoghi infatti sono uno la strada che sale al castello in cima a Soria (il tutto ricorda vagamente il Monte dei Cappuccini a Torino, per chi lo conosce), l’altro lo stesso castello. Tra l’altro, è anche difficile fare manovra, perchè è una strada piuttosto stretta e a senso unico che ad un certo punto passa pure accanto ad un hotel. Scrivo a Federico che non vanno bene, e gli prometto che non appena ne troveremo uno idoneo gli scriverò di nuovo. Andiamo a dormire, ma un pizzico di agitazione per non aver ancora trovato un luogo adatto inizia già ad insinuarsi dentro di noi. La notte ci porterà consiglio…
La mattina dell’11 agosto, dopo aver fatto un po’ di spesa al supermarket Dia davanti al nostro appartamento, Antonio ci comunica di aver trovato un luogo potenzialmente adatto dopo attente ricerche con Google Maps e Google Earth: è ad appena 5 minuti di macchina da casa, una roba scandalosa considerando che altri il giorno dopo per raggiungerlo magari dovranno farsi ore di macchina… ma la cosa più importante è che apparentemente ha l’orizzonte ovest libero. Decidiamo subito di esplorarlo: si tratta di uno spiazzo sterrato davanti a un piccolo cimitero municipale, a cui si accede da una stradina sterrata ma ben battuta. C’è solo un piccolo problema: nel tratto di strada statale davanti all’imbocco della stradina in teoria sarebbe vietato svoltare a sinistra, ma, agendo all’italiana (e sincerandosi che non stessero arrivando macchine!) noi svoltiamo lo stesso, con la più estrema nonchalance. Parcheggiamo le auto: lo spazio è sufficientemente grande per noi, le macchine, i telescopi e anche per lasciare i telescopi vicino alle auto, per chi vuole. Stiamo lì per un bel po’, discutendo anche dei possibili piani B per scaricare la strumentazione nel caso il 12 agosto non fosse stato possibile arrivare fin lì con le macchine a causa di eventuali chiusure delle strade: tra le ipotesi vagliate, accostarsi lungo una stradina secondaria in discesa (poco più che un sentiero in realtà talmente era stretta) che arrivava davanti al cimitero, scaricare tutto e portare via le macchine per parcheggiarle dal benzinaio lì vicino.
Nel frattempo cerchiamo anche informazioni su siti web appositi dedicati all’eclisse, ma non riusciamo a trovare notizie certe di ipotetiche chiusure stradali: memore dell’esperienza negli Stati Uniti d’America per l’osservazione dell’eclisse totale di Sole del 21 agosto 2017 che ci aveva visto immersi nel traffico per raggiungere il luogo di osservazione, e soprattutto del maxi ingorgo post-eclisse, era di fondamentale importanza avere queste informazioni, anche perchè per molti del nostro gruppo questa sarebbe stata la loro prima eclisse totale di Sole, e mi sarebbe spiaciuto parecchio se per qualunque ragione non fossero riusciti ad osservarla al meglio e a provare l’immensa emozione che deriva da questo autentico spettacolo della natura. Quindi cosa si fa? Ormai era quasi la mezza, e a Elena viene in mente di andare a chiedere direttamente alla polizia locale di Soria: per fortuna, stando a quello che ci dice ChatGPT, gli uffici della polizia sono ancora aperti fino alle 14:00. Accompagno Elena, lasciando i due fanciulli in appartamento (che mica ci hanno preparato il pranzo al nostro ritorno!): la polizia è a una ventina di minuti a piedi dall’appartamento, ma in realtà ci mettiamo di più perchè prima ci perdiamo, poi sbagliamo strada e dobbiamo tornare un pezzettino indietro, poi quando arriviamo davanti agli uffici della polizia… sembra tutto chiuso, sprangato e abbandonato. Ci avviciniamo a una porta, che per fortuna è aperta: ad accoglierci un poliziotto giovane, avrà avuto sì e no 30 anni, che naturalmente non sapeva una parola di inglese o di italiano: Elena conosce un po’ di spagnolo, quindi facendogli vedere la posizione del luogo osservativo su Google Maps, oltre alle foto scattate durante la ricognizione della mattina, il poliziotto chiama un suo superiore: insieme riconoscono il luogo, e ci rassicurano sul fatto che il 12 non ci sarebbe stata alcuna chiusura di strade a partire da una certa ora o altre limitazioni al traffico. In ogni caso però entrambi i poliziotti avevano tutta l’aria di non sapere nulla dell’eclisse totale di Sole del giorno dopo…
Quando torniamo a casa, troviamo Franco e Antonio e li aggiorniamo su quanto ci hanno riferito i poliziotti, e ci ripromettiamo di tornare la sera al tramonto al luogo prescelto per un nuovo sopralluogo: dovevamo essere assolutamente certi al 100% che l’orizzonte ovest fosse assolutamente sgombro di ostacoli.
Prima di ritornare lì, abbiamo trascorso qualche frenetica ora in casa per i preparativi della strumentazione: io ho montato i due ED 80/600 (il mio e quello di Antonio) su un’unica piastra Losmandy; poi sopra tutto questo ho fissato una seconda piastra Losmandy su cui avevo montato un morsetto, che sarebbe servito per montare il mio 120/600 modificato per le osservazioni in H-alfa. Franco in tutto questo si è divertito a scattarci foto a tradimento per documentare il tutto, ed Elena faceva le prove col Seestar S50.




Dopo un po’ siamo ritornati al nostro luogo prescelto per l’osservazione dell’eclisse. Una volta lì, in attesa del tramonto, ne abbiamo approfittato per fare una passeggiata: salendo su una collina lì vicino, abbiamo scorto in lontananza un tendone bianco tipo gazebo che sicuramente avevano allestito per gli astrofili che l’indomani avrebbero sostato in zona per l’eclisse. Abbiamo anche incontrato altra gente che come noi stava facendo sopralluoghi per valutare il punto di osservazione migliore.
E alla fine i calcoli di Antonio si sono rivelati corretti: per tutta la durata dell’eclisse il Sole sarebbe stato ancora abbastanza alto sull’orizzonte, e fino al tramonto non avrebbe incontrato alcun ostacolo sul suo percorso! L’unica cosa potenzialmente fastidiosa era un traliccio dell’alta tensione in lontananza, ma per fortuna il Sole tramontava alla sua destra. Quindi… avevamo il luogo per l’osservazione dell’eclissi!!! Ho scritto subito a Federico e a Monia per dar loro la lieta notizia e le coordinate esatte del luogo, oltre che a Giuliano, un altro mio amico del Gruppo Astrofili William Herschel.


Dopo aver cenato e discusso gli ultimi dettagli per il giorno dopo, siamo andati a dormire… o perlomeno l’intenzione era quella: in realtà non abbiamo dormito molto, perchè la nostra mente vagava già al tramonto del giorno dopo…
12 agosto 2026: il grande giorno dell’eclisse totale di Sole
Temendo di trovare traffico e di perdere i posti migliori per l’osservazione dell’eclissi, nonostante le rassicurazioni dei poliziotti, abbiamo deciso di andare sul luogo prescelto con molto, ma molto anticipo: alle 9:30 della mattina eravamo già lì! Con Giuliano di Tecnosky (che ha scelto un’altra zona della Spagna per osservare l’eclisse) ci siamo effettivamente domandati se non stessimo esagerando a raggiungere la postazione così presto, ma guardando le chat su Whatsapp ho scoperto che un altro gruppo di matti era in postazione già a partire dalle 7:30: ovvero il gruppo di Lorenzo Comolli e dei suoi altri amici! Anche con loro non ci siamo incrociati perchè erano altrove.
Abbiamo subito allestito il campo base: innanzitutto Elena e Franco hanno parcheggiato fianco a fianco, poi Franco, che ho scoperto essere un ex boy-scout, ha iniziato a preparare una tensostruttura tendendo varie cordicelle tra le auto. Su questa tensostruttura abbiamo appoggiato dei teli di cotone di Elena ricavati tagliando un copriletto in varie parti, e infine su tutto questo i miei sacchi copritelescopio della Geoptik, in modo da ottenere un’ombra bella piena. Poi io e Antonio abbiamo montato il setup solare con i due ED 80/600 e il 120/600 modificato per l’H-alfa sulla mia NEQ6, aggiungendo un terzo contrappeso prestatomi da Giuliano per bilanciare il tutto, oltre alla reflex di Antonio sul suo ED 80 nero, e agli oculari sulle altre due ottiche. Oltre a questo (che nel corso della giornata è stato il setup più fotografato da parte di curiosi e appassionati che man mano arrivavano, eheh) ho piazzato anche un’altra reflex, una Gopro e un altro smartphone su un treppiede, in ridondanza alla Gopro, per fare time-lapse. Elena ha piazzato il suo Seestar S50. Poi dal suo bellissimo Fiat Cubo arancione abbiamo tirato fuori qualunque genere di comfort per resistere a una intera giornata sotto il Sole: dalle borse termiche con l’acqua congelata perchè rimanesse al fresco, al chorizo, un tipico salame spagnolo piccante, al formaggio tipo pecorino, ad altri teli supplementari per creare ulteriori zone d’ombra, a sedie e tavolini da campo, un paio di sedie e uno sgabello presi in prestito dall’appartamento, mollette da bucato, olio extravergine di oliva, fazzoletti di carta, un pannellino solare per ricaricare i telefoni, sacchetti ma la cosa più bella è stata senza dubbio alcuno un gabinetto da campeggio con tanto di tenda per isolarne gli utilizzatori da sguardi indiscreti (alla fine però, date le temperature folli, abbiamo preferito ripiegare su un gruppo di cespugli dietro il cimitero). Decido che è il momento giusto per far partire un timelapse.
Nella prima parte della giornata ci siamo riparati all’ombra di uno dei muri del cimitero, che abbiamo anche scelto come luogo per pranzare; peccato però che, proprio in quel momento lì, siano arrivate molte macchine, e noi ogni volta dovevamo spostarci noi e tutte le cose del pranzo a bordo strada perchè altrimenti non riuscivano a passare, e la polvere che alzavano ci finiva sui panini.
























Poco dopo sono arrivati anche Monia e la sua mamma, Federico, Filippo e altri due loro amici dell’Osservatorio Astronomico di Cavaglià; più tardi anche due tedeschi e Giuliano degli Herschel. Avremmo avuto anche la compagnia di due francesi, ed Elena era già contenta di poter parlare francese, ma evidentemente questi hanno reputato la zona troppo affollata (di italiani? Affollata e basta? Rimarrò col dubbio) e se ne sono andati. Tra la gente passata a salutarci anche un ragazzo spagnolo gentilissimo, che, abitando nelle case proprio al di là della strada statale, ci ha detto di non farci problemi se avessimo avuto bisogno di ricaricare le batterie di macchine fotografiche e strumentazione varia, che potevamo andare tranquillamente a casa sua per questo. Carlo Benna e altri astronomi dell’INAF alla fine hanno ripiegato su un’altra località per l’osservazione dell’eclisse.
Col passare delle ore la calura si è fatta sempre più insopportabile, e alcuni di noi ad un certo punto hanno anche dovuto bagnarsi la testa con l’acqua fredda; essendo il Sole girato dall’altra parte, non avevamo più neanche l’ombra del muro del cimitero, per cui abbiamo dovuto ammassarci tutti sotto l’ombra prodotta dai teli fissati trale macchine di Franco e Elena. A chi per caso passava da quelle parti a piedi (da Soria infatti partono diversi sentieri) e ci vedeva così tutti ammassati sicuramente avremo fatto l’effetto di un accampamento di vagabondi pazzi a stare ore e ore sotto il Sole, anzichè goderci la siesta in un luogo più fresco. A proposito della siesta: proprio nei giorni trascorsi in Spagna ne ho capito il reale significato, e ho capito che è fondamentale per il benessere degli spagnoli: tra le 13:30 / 14:00 e le 17:00 le temperature esterne sono davvero proibitive, e impediscono di fare qualunque cosa, tranne che dormire o comunque riposarsi. Non a caso i negozi al mattino sono aperti dalle 10:00 alle 14:00 e al pomeriggio dalle 16:30 alle 20:30, e di conseguenza anche pranzo e cena sono spostati in avanti: alle 21:30 per loro è presto cenare! In pratica le 21:30 per loro equivale alle nostre 19:00, ovvero è presto per la cena.
A partire dalle 18:30 circa le temperature calano leggermente, anche perchè il Sole si sta abbassando per avviarsi verso il tramonto; noto l’inizio di una certa frenesia pre eclisse: gli ultimi arrivati montano il telescopio con celerità, e intanto continua ad arrivare gente, tra cui quattro ragazzi muniti di occhialini da eclisse e sedie da campeggio per godersi lo spettacolo. In seguito arriva anche un motociclista sempre del luogo, un autentico personaggio, che prende subito in simpatia Antonio, chiamandolo ad altissima voce “Toni”.
| Durata totale dell’eclisse: 1 h 39 min 42 s | Durata della totalità: 1 min 42 s |
| Partial eclipse start | 19:34:29 |
| Total/annular start | 20:29:08 |
| Eclipse maximum | 20:29:59 |
| Total/annular end | 20:30:50 |
| Sunset | 21:14:11 |
La frenesia aumenta sempre di più: ormai manca pochissimo all’inizio dell’eclisse, e tutti siamo indaffaratissimi a sistemare le ultime cose o a fare le ultimissime prove della strumentazione, io faccio partire la Gopro e l’altro smartphone per fare il timelapse dell’eclisse finchè… “Inizia!!!” grida qualcuno: sono le 19:34 ora locale, e la Luna ha appena intaccato il primissimo lembo di Sole. Osservo questo primo contatto al telescopio, e intanto faccio partire la sequenza di scatti della reflex col teleobiettivo. Da questo momento in poi tutto deve andare perfettamente, non possiamo permetterci di fare errori. Osservo gli amici alla loro prima eclisse totale di Sole, sono piuttosto emozionati, ma io so, avendo già visto un’eclisse totale di Sole, che questa emozione aumenterà in modo esponenziale quando arriverà la totalità. Ne approfitto per farmi prestare un colino da Elena: mi serve per vedere come, all’avvicinarsi della totalità, le macchie luminose attraverso i fori assumano sempre di più una caratteristica forma a mezzaluna. La fase di parzialità dura un’oretta e tutto sommato passa abbastanza velocemente.








Alle 20:20, quando mancano circa 9 minuti all’inizio della totalità, la tensione è massima: abbiamo avvistato due mongolfiere in lontananza, speriamo solo che non si vadano a piazzare davanti al Sole proprio quando c’è la totalità! Le mongolfiere si allontanano, tiriamo tutti un sospiro di sollievo. Tutti tranne Elena, poverina, che proprio adesso ha un problema col Seestar: sicuramente in quel momento lì avrebbe desiderato dare un calcio al telescopio e imprecare in turco, ma si è trattenuta. Antonio fa alzare in volo il drone per le riprese aeree della totalità.
Alle 20:29 dò il segnale di levare i filtri dal telescopio: inizia la totalità, e si sentono le grida piene di emozione di tutti i presenti! Peccato che, presa anche io dall’entusiasmo e dalla concitazione di quei momenti, mi sia dimenticata di togliere subito il filtro solare dal telescopio, per cui vivo attimi di panico, sia perchè non vedevo nulla, sia anche perchè una volta tolto il filtro ho toccato la messa a fuoco per cui le prime immagini della totalità sono sfocate: per fortuna riesco ad aggiustarla velocemente, ma cavolo, avevo già perso secondi preziosi di totalità, e per giunta questa totalità era breve… nonostante questo riesco comunque a scorgere l’anello di diamante in entrata, e a riprendere la corona e ad osservarla ad occhio nudo: si nota una gigantesca protuberanza sul bordo sinistro, visibilissima anche ad occhio nudo! E, guardando più in là, abbiamo scorto un luminosissimo pianeta Venere. Ah, le mongolfiere si sono nel frattempo allontanate dalla nostra visuale, meno male!


A differenza dell’eclisse del 2017, in cui durante la fase di totalità c’era una sorta di crepuscolo a 360° attorno al Sole eclissato, in questa eclisse, probabilmente perchè bassa sull’orizzonte, si vedeva chiaramente l’ombra proiettata dalla Luna, evidentissima specialmente nei timelapse a grandissimo campo.
Alle 20:30:50 la totalità finisce: l’anello di diamante in uscita ci avverte inesorabilmente che dobbiamo rimettere i filtri su telescopi e macchine fotografiche. Il Sole è ormai prossimo al tramonto, e seguiamo comunque la parzialità in uscita. Il paesaggio attorno a noi inizia a tingersi di una meravigliosa luce dorata, che mi ricorda tanto quella dei tramonti namibiani. Il Sole, ancora parzialmente eclissato, tramonta, e noi infine ci decidiamo a smontare i telescopi e il nostro bellissimo accampamento. Il nostro amico spagnolo “Toni” è entusiasta, e ad altissima voce esprime tutta la sua emozione per aver osservato un’eclisse totale di Sole, non riesce quasi più a trovare le parole. Un altro spagnolo ci consiglia di andare a visitare due posti carini a mezzoretta di macchina da Soria e a 6 minuti in macchina tra di loro: la Fuentona del Muriel, all’interno di una riserva naturale, e il paesino di Calatanãzor. Tra una cosa e l’altra, finiamo di smontare tutto che ormai è già buio. Per un momento ci era balenata l’idea di fermarci anche la sera per scattare fotografie del cielo profondo e della Via Lattea, ma abbiamo dovuto desistere perchè eravamo semplicemente distrutti. Ed è così che si conclude questa bellissima giornata all’insegna dell’eclisse, delle emozioni e della condivisione di uno degli spettacoli più maestosi che la natura possa offrirci.
13 agosto 2026: Chiostro di San Juan de Duero, eremo di San Saturio, Fuentona de Muriel e Calatanãzor, Spagna
Dopo una bella dormita per recuperare le forze e aver fatto colazione con calma, in mattinata decidiamo di visitare Soria: la nostra prima meta è il chiostro di San Juan de Duero, a una mezzoretta a piedi da casa. Il chiostro fa parte di un complesso monastico costruito dall’Ordine degli Ospitalieri di San Giovanni d’Acri, tra il XII e il XIII secolo, alla periferia della città di Soria, accanto al fiume Duero. Dell’antico monastero romanico di San Juan de Duero rimangono soltanto la chiesa e uno splendido chiostro, caratterizzato da influenze diverse che si manifestano nelle quattro serie di arcate tutte in stili diversi e con capitelli tutti diversi. Si tratta di un chiostro a pianta quadrangolare e a attualmente a cielo aperto, ma leggendo sui pannelli all’interno della chiesa si scopre che in realtà secoli fa era presente anche la copertura, che evidentemente non si è conservata. La chiesa è semplice, con un’unica navata e un’abside semicircolare. La navata è coperta da una volta a botte ogivale, mentre l’abside presenta una volta a semicalotta. Particolarmente degni di nota sono due piccoli tempietti addossati alla parete, all’inizio del presbiterio. Oltre a queste bellezze artistiche, abbiamo apprezzato anche la temperatura, un pochino minore che all’esterno.

































Dal chiostro di San Juan de Duero abbiamo proseguito la nostra passeggiata verso un parco pubblico lungo il fiume Duero: percorrendo la passerella sul fiume, ad un certo punto ci siamo imbattutti in un terzetto di ragazzi che si tuffavano, oltre ad alcuni canoisti. Da lì si prosegue poi verso l’eremo di San Saturio, altro posto incredibile. La tradizione racconta che nel VI secolo il nobile soriano Saturio, dopo la morte dei genitori, distribuì le sue ricchezze ai poveri e si ritirò a vivere in alcune grotte lungo il Duero. Lì, in un sobrio e mistico oratorio dedicato a San Michele Arcangelo, visse per trent’anni in eremitaggio. Le prime testimonianze dell’esistenza di un oratorio dedicato a San Michele, che in seguito prese il nome di San Saturio, risalgono al 1148. In seguito furono eseguiti alcuni lavori di riparazione, ma, a causa del cedimento della struttura, nel 1694 la città di Soria decise di ricostruire una nuova chiesa, con il contributo di tutti gli abitanti. L’edificio, sospeso su una parete rocciosa accanto al Duero e immerso nella straordinaria bellezza del paesaggio circostante, costituisce un luogo davvero unico. La costruzione fu affidata a Julián e Domingo Izaguirre, sotto la direzione di Juan Antonio Zapata, responsabile degli affreschi degli interni. I lavori terminarono nel 1704.
A San Saturio, che sarebbe poi diventato il patrono di Soria, furono attribuiti diversi miracoli. Secondo la leggenda, un giorno Saturio vide arrivare un giovane di nome Prudencio, intenzionato ad attraversare il fiume a nuoto, e lo avvertì del pericolo. Tutti pensavano che sarebbe annegato a causa della corrente, ma il giovane raggiunse sano e salvo l’altra riva, con gli abiti perfettamente asciutti, poiché aveva attraversato il fiume sulla cappa di San Saturio. Quest’ultimo lo accolse come discepolo e si occupò della sua istruzione fino alla morte. Fu Prudencio a occuparsi della sua sepoltura e a diffondere la devozione verso il Santo. Il ricordo di Saturio non andò perduto e, nell’ultimo quarto del XVI secolo, furono ritrovate le sue spoglie, che oggi riposano sull’altare maggiore dell’eremo. La devozione verso l’eremita crebbe a tal punto che fu costruito un eremo in suo onore e, nel 1628, fu proclamato patrono della città per acclamazione popolare. Il culto e il patronato furono poi ufficialmente riconosciuti da Papa Benedetto XIV nel 1743. La sua festa si celebra il 2 ottobre.
Dicevo che l’eremo di San Saturio è un posto incredibile: è stato infatti ricavato all’interno di una serie di grotte naturali, di cui la prima che si incontra nel percorso di visita ricorda vagamente la grotta di Lourdes. Al fondo della prima grotta si trova un passaggio che dà accesso ai diversi ambienti dell’eremo:
- Sala del Cabildo de los Heros, un tempo utilizzata per le riunioni della confraternita degli agricoltori. La sala è presieduta da un’effigie nera del santo, risalente alla fine del XIX secolo, davanti alla quale pregavano le persone con difficoltà motorie, data la difficoltà di raggiungere la cappella principale.
- Cappella di San Michele, attraverso la quale si raggiunge una vetrata che racconta un altro miracolo attribuito a San Saturio: quello di un bambino che precipitò nel fiume passando da quella finestra e rimase illeso grazie all’intervento del Santo. Nella cappella si trova inoltre un’immagine di Santa Anna, proveniente da un eremo che sorgeva sulla collina a lei dedicata, situata proprio dietro San Saturio.
- Sala espositiva, dove si possono vedere pannelli informativi sull’eremo e una selezione delle cappe che rivestono il busto di San Saturio nelle occasioni solenni.
- Sala dell’abitazione del Santero, che ricostruisce lo stile di vita di questo personaggio alla fine del XIX secolo.
- Sale del Comune e dei Canonici, dalle quali si possono ammirare splendide vedute del Duero e lasciare un ricordo della visita sul libro degli ospiti.
- Sacrestia, dove è conservata la più antica opera dell’eremo: una scultura in stile gotico raffigurante Cristo crocifisso. Oggi è inserita in una pala d’altare barocca del 1732, realizzata da Ignacio Ibáñez, Antonio Mateo e Domingo José Romero in legno di noce non policromato.
La cappella ha una pianta centrale ottagonale. L’altare barocco, riccamente decorato, custodisce un busto-reliquiario del santo con le sue spoglie. La volta, la cupola e le pareti sono decorate con affreschi del più importante pittore barocco soriano, Juan Zapata Ferrer, discepolo di Antonio Palomino. Particolarmente significative sono le pareti, decorate con pitture murali che narrano, in ordine, episodi della vita del Santo, e la cupola, nella quale sono raffigurati i principali anacoreti della cristianità, tra cui San Giovanni Battista, San Giovanni Evangelista, San Benedetto e Gesù Cristo nel deserto.





































Dopo questi giri siamo rientrati (faticosamente, perchè iniziava a fare di nuovo parecchio caldo!) al nostro appartamento, abbiamo pranzato e poi ci siamo concessi una meritata siesta: dopo l’adrenalina e la tensione del giorno prima, a questo punto la stanchezza post-eclisse iniziava ad essere piuttosto importante, per cui ci siamo buttati sul letto e abbiamo dormito. A dimostrazione di questa immensa stanchezza, c’è questa foto meravigliosa di Elena, che mi ha immortalato nell’attimo esatto in cui mi addormentavo col telefono ancora in mano…
Dopo esserci ripigliati e aver ripreso le forze, abbiamo dedicato il resto del pomeriggio a visitare la Fuentona de Muriel e Calatanãzor, seguendo l’ottimo suggerimento del ragazzo spagnolo durante l’eclisse.
Ci siamo diretti prima alla Fuentona de Muriel, una delle meraviglie naturali della provincia di Soria: si tratta di una sorgente carsica da cui nasce il fiume Abión, immersa in un paesaggio di boschi, rocce calcaree e acque cristalline. La sorgente emerge da una grande cavità naturale ai piedi di una parete rocciosa e forma una suggestiva pozza di acqua turchese, se non fa troppo caldo: dal momento invece che il caldo era eccessivo, la superficie della sorgente purtroppo era ricoperta quasi a metà di alghe, e l’acqua era tutt’altro che turchese. Ciò nonostante, ci ha affascinato tanto il fatto che sotto di essa si trovasse l’imbocco di una grotta subacquea, che non abbiamo potuto vedere a causa della mancanza di attrezzature idonee.
Il luogo si trova nei pressi del paese di Muriel de la Fuente, all’interno del Monumento Naturale de La Fuentona, un’area protetta caratterizzata da una notevole ricchezza naturalistica. Prima di arrivare lì però abbiamo fatto una sosta a bordo strada per ammirare dei magnifici campi di girasoli, non potevamo non fermarci perchè erano veramente uno spettacolo.
La particolarità della Fuentona è soprattutto la sua origine sotterranea. L’acqua proviene da un complesso sistema di gallerie e cavità carsiche scavate nella roccia calcarea. La grotta della sorgente è stata esplorata dagli speleosub, che hanno raggiunto una considerevole profondità, ma gran parte del sistema sotterraneo rimane ancora poco conosciuta.
Quando non fa troppo caldo, a quanto pare l’acqua, estremamente limpida, permette di vedere la profondità della cavità e crea uno spettacolare contrasto con le pareti calcaree e la vegetazione circostante.
Il percorso per raggiungerla consista di una breve quanto piacevole passeggiata che si snoda attraverso un ambiente tipico della Sierra de Cabrejas, con boschi di ginepri, pini e querce, oltre a formazioni rocciose modellate dall’erosione.
La Fuentona è particolarmente suggestiva in autunno, quando i colori del bosco si riflettono nell’acqua.
Mentre passeggiavamo, ci ha stupito incontrare ancora tantissime famiglie con bambini in giro anche a ore che noi consideriamo tarde: quando siamo andati via, erano circa le 20:00 e c’era ancora parecchia gente. Ma evidentemente in Spagna hanno usanze assai diverse dalle nostre.
























La sorgente è legata anche alla tradizione e alle leggende locali. Come spesso accade nei luoghi caratterizzati da grotte e acque profonde, la Fuentona è stata associata nel corso del tempo a racconti popolari e a misteri legati al suo mondo sotterraneo.
Sulla via del ritorno verso Calatanãzor altra sosta imprevista: a seguito della pioggia di poco prima, un bellissimo arcobaleno si stagliava di fronte a noi! E, avvicinandoci al paese, sembrava che nascesse proprio da lì! A tratti si vedevano il debolissimo arco secondario e la banda scura di Alessandro, ovvero quella zona dove il cielo tra i due archi è più scura. Alessandro di Afrodisia descrisse per primo questo fenomeno intorno al 200 d.C., che oggi porta il suo nome. I raggi luminosi che subiscono una singola riflessione all’interno delle gocce di pioggia formano l’arcobaleno primario oppure rendono più luminoso il cielo al suo interno. I raggi luminosi che vengono riflessi due volte vengono deviati formando l’arcobaleno secondario, oppure rendono più luminoso il cielo all’esterno di esso.





Calatañazor è uno dei borghi medievali più suggestivi della provincia di Soria, arroccato su uno sperone roccioso a circa 990 metri di altitudine, con vista sulla valle del fiume Abión. Il suo centro storico è stato dichiarato Conjunto Histórico-Artístico nel 1962. È bellissimo passeggiare per le sue caratteristiche vie, con case tradizionali costruite in pietra, legno di ginepro e adobe, un materiale da costruzione tradizionale fatto principalmente di terra argillosa, sabbia, acqua e paglia: l’impasto viene modellato in mattoni e lasciato asciugare al sole, senza cottura. Attorno a buona parte del borgo ci sono ancora le mura medievali, oltre a una delle antiche porte di accesso. Nella parte alta del paese si trovano le rovine del castello risalente al XIV secolo.
Calatañazor è indissolubilmente legata alla celebre battaglia del 1002, nella quale, secondo la tradizione, il condottiero musulmano Almanzor sarebbe stato sconfitto dalle forze cristiane. Il luogo dello scontro viene identificato con la cosiddetta Valle della Sangue, ai piedi del paese.
La vicenda è però da prendere con cautela: lo stesso Comune segnala che alcuni storici mettono in dubbio che la battaglia si sia realmente svolta a Calatañazor. La tradizione vuole inoltre che Almanzor sia morto a Bordecorex e sia stato sepolto a Medinaceli. Da qui deriva il famoso detto spagnolo «Calatañazor, donde Almanzor perdió el tambor», cioè «Calatañazor, dove Almanzor perse il tamburo».
Visto che questo paesino ci piaceva un sacco, ci siamo fermati a cenare lì: siamo arrivati al ristorante alle 21:00, ma appunto come spiegavo prima abbiamo dovuto aspettare ancora un po’ per la cena. Nel frattempo ci hanno portato il menu: ovviamente era scritto solo in spagnolo, e persino Elena, che di noi era quello che lo sapeva di più, ha avuto delle difficoltà a comprendere bene tutto: ChatGPT ci è venuta in aiuto, per fortuna traducendo correttamente il menu. E soprattutto, siamo riusciti a far capire al cameriere cosa volevamo: io e Franco abbiamo scelto un ottimo piatto di carne di coniglio e verdure, mentre Elena e Antonio hanno optato per la carne alla griglia, ottima anche quella: in Spagna la sanno cucinare bene la carne…
Dopo cena abbiamo ancora fatto un giretto: intanto era diventato buio, e siamo andati verso la torre che sovrasta il paese, da cui di giorno si può senz’altro ammirare un bellissimo paesaggio; di notte invece questa torre si trasforma in un ottimo posto per giocare a nascondino: abbiamo infatti incontrato un gruppo di ragazzini dediti a tale attività. Di notte l’atmosfera è molto suggestiva, poi il temporale in lontananza con tanto di lampi ha aggiunto quel tocco in più.


















14 agosto 2026: Saragozza, Spagna
Col 14 agosto io e Franco abbiamo iniziato il viaggio del ritorno in Italia: dopo i giorni intensi pre e post-eclisse, obiettivamente la stanchezza iniziava a farsi sentire. Per vedere qualcosa di diverso, al ritorno abbiamo fatto un giro diverso rispetto all’andata passando più sulla costa.
Abbiamo sostato a Saragozza: purtroppo, a causa di numerosi lavori in corso che ci hanno costretto a lunghe e tortuose deviazioni nel centro città, oltre all’ansia di prendersi qualche multa, ci hanno impedito di fare una sosta lunga, per cui in pratica abbiamo fatto un mordi e fuggi, durante cui però abbiamo visto la Basílica de Nuestra Señora del Pilar, costruita tra il XVII e il XVIII secolo in stile barocco.
La pianta è molto ampia e organizzata intorno a tre navate, con numerose cappelle laterali. L’esterno, realizzato prevalentemente in mattoni, è caratteristico dell’architettura aragonese: la monumentalità non deriva soltanto dalla pietra, ma anche dalla superficie laterizia, dalle cupole e dalla decorazione. Particolarmente spettacolare è la successione delle cupole e delle cupolette che ricoprono l’edificio. La grande cupola centrale e le altre cupole sono rivestite all’esterno da tegole colorate, creando quella silhouette inconfondibile che si vede lungo l’Ebro. L’aspetto attuale, però, è il risultato di diverse fasi costruttive e di numerosi interventi successivi: non è quindi un edificio barocco rimasto immutato.
Uno dei motivi per cui il Pilar è importantissimo anche dal punto di vista artistico è la presenza di opere di Francisco de Goya, nato proprio in Aragona. Goya dipinse per la basilica due importanti affreschi:
- L’Adorazione del nome di Dio, sulla volta del coro, realizzata nel 1772;
- Regina Martyrum, affresco della cupola della basilica, realizzato nel 1780-1781.
La Regina Martyrum è particolarmente interessante perché mostra già la straordinaria capacità di Goya di utilizzare luce, movimento e pennellate rapide per creare una scena che, vista dal basso, acquista una grande forza teatrale.
La parte più importante per i fedeli è la Santa Cappella, che si trova all’interno della basilica. Al suo centro si trova la piccola statua della Vergine del Pilar, collocata sopra la colonna. La statua è relativamente piccola rispetto alle dimensioni gigantesche dell’edificio: proprio questo contrasto è suggestivo. L’intera architettura monumentale sembra infatti costruita per creare un enorme spazio attorno a un oggetto devozionale molto più piccolo. La colonna è rivestita da una copertura, ma una parte viene lasciata visibile perché i fedeli possano baciarla, secondo una tradizione secolare. Il Pilar è anche un simbolo dell’identità di Saragozza e dell’Aragona. La festa principale è il 12 ottobre, giorno della Fiesta del Pilar. È una celebrazione enorme, durante la quale la città viene attraversata dalla famosa Ofrenda de Flores, una processione in cui migliaia di persone portano fiori alla Vergine, formando una gigantesca composizione floreale attorno alla basilica.
Nella stessa piazza della basilica c’è il Ayuntamiento de Zaragoza, cioè il municipio di Saragozza: anche se sembra un palazzo rinascimentale, in realtà il suo progetto risale al 1941, l’inizio della costruzione nel 1946 e l’inaugurazione al 1965. Ai lati dell’ingresso principale ci sono due grandi statue in bronzo opera dello scultore aragonese Pablo Serrano che rappresentano un angelo custode e San Valerio, patrono di Saragozza.
In un’altra zona di Saragozza, comunque sempre abbastanza vicina al centro, abbiamo visto (solo dall’esterno perchè non avevamo tempo di visitarlo per bene anche dentro) il Palacio de la Aljafería, un palazzo fortificato islamico dell’XI secolo, costruito durante il periodo dei regni di Taifa, quando Saragozza era la capitale di un importante regno musulmano chiamato Saraqusta. Fu fatto costruire dal sovrano al-Muqtadir, tra circa il 1065 e il 1081, come residenza di piacere fuori dalle mura della città. Il suo nome originario era Qasr al-Surur, cioè “Palazzo della Gioia”.






14 – 15 agosto 2026: Barcellona, Spagna
Non poteva mancare una sosta a Barcellona, capitale della Catalogna, oltre che vetrina di molte opere di Antoni Gaudì (questo anno cade il centenario della sua morte), uno dei principali esponenti del Modernismo Catalano, una corrente artistica che si ispira all’Art Nouveau francese introducendo alcuni elementi originali. Famose sue opere sono per esempio Casa Battlò, caratterizzata dall’assenza di spigoli e angoli netti, dove la sera organizzano aperitivi mentre, con l’audioguida scaricabile tramite una apposita app per smartphone e tablet, si possono ascoltare informazioni e curiosità relative ai vari ambienti. Il modo migliore per visitare Casa Battlò però non è con questa visita notturna con audioguide e aperitivo perchè c’è tanta (troppa!) gente, ma di giorno. È però bella e suggestiva l’illuminazione notturna degli interni. Lungo il percorso di visita, soprattutto nel sottotetto caratterizzato dagli archi parabolici tipici di Gaudì, ho apprezzato molto la presenza di alcuni condizionatori: le temperature erano davvero infernali: uscendo da Casa Battlò, alle 22:25 c’erano ancora 32°C!
Vicino a Casa Battlò c’è la Pedrera ovvero Casa Milà, costruita tra il 1906 e il 1912 da Antoni Gaudí a Barcellona, in Spagna, al numero 92 del Passeig de Gràcia, nella zona d’espansione dell’Eixample, su incarico di Roser Segimon e Pere Milà: l’edificio è famoso per la sua facciata ondulata, e oggi ospita mostre d’arte e eventi culturali.
Nella nostra passeggiata, siamo passati anche dalla Sagrada Familia: l’avevo vista tanti anni fa in occasione della gita scolastica di quinta liceo, ma rispetto alla scorsa volta, c’era una novità: a ottobre 2025 hanno issato la croce su una delle torri centrali. Ma tranquilli, che non è ancora finita…




































15 – 16 agosto 2026: Aix-en-Provence; Marsiglia e Grotte Cosquer; Campeggio Du Lac, Lac de La Roche de Rame, Francia, e rientro in Italia
Il 16 agosto, ultimo giorno di viaggio, abbiamo visitato a Marsiglia il museo delle grotte Cosquer, ospitato all’interno della Galleria Méditerranée: queste grotte vennero scoperte da Henri Cosquer nel 1985 nel corso di un’immersione subacquea: mentre 33000 anni fa l’ingresso della grotta era a livello del mare, oggi si trova a 37 metri di profondità. All’interno della grotta si trovano parecchi affreschi risalenti al periodo gravettiano, da 34.000-33.000 anni fa a 23.000-22.000 anni fa. Dal momento che le grotte vere si trovano sulla costa più a est di Marsiglia, noi chiaramente non abbiamo potuto visitarle, ma quella che abbiamo visitato è una fedele ricostruzione 3D in scala 1:1! Un breve documentario nel museo ci ha permesso di capire il lavoro titanico che c’è stato dietro: partendo da scansioni 3D effettuate a partire dal 2016, i tecnici hanno ricostruito le varie parti della grotta utilizzando materiali vari, dalla cartapesta, al gesso, al carbone etc. La ricostruzione è visitabile salendo su dei mezzi automatici che si muovono molto lentamente su un percorso guidato segnato da un’ampia linea nera dipinta sul pavimento, che ricordano un po’ quelli che ci sono a Gardaland o in altri parchi divertimenti; nel frattempo l’audioguida ti indirizza a osservare questo dipinto piuttosto che l’impronta lasciata da una mano o una certa concrezione rocciosa, e l’illuminazione ad hoc aiuta molto.
Dopo aver pranzato con degli ottimi panini presi la mattina a Aix-En-Provence, ci siamo rimessi in macchina per l’ultima parte del nostro viaggio, ovvero il rientro in Italia: dopo aver costeggiato il lago di Serre-Ponson e una seconda sosta al Campeggio Du Lac in località De La Roche De Rame (il lago non è il Serre-Ponson ma appunto il laghetto di Roche De Rame, che ospita una serie di gonfiabili che fanno tipo percorso avventura acquatico), siamo rientrati in Italia passando da Briancon e dal Monginevro.












Curiosità / utile da sapere
- In Francia esistono diverse tipologie di aree di servizio in autostrada: dalla semplice area di parcheggio con i gabinetti e basta, a quelle attrezzate di tutto punto e immense: queste ultime, oltre al bar (o in certi casi ai bar) e ai distributori di benzina, quasi sempre ospitano all’interno un distributore dell’acqua, e tutto attorno hanno addirittura un parco alberato con tanto di panchine e tavoli per fare pic-nic! Ovviamente esistono tutte le tipologie intermedie, e sta a voi scegliere l’area di servizio più adatta alle vostre esigenze interpretando i segnali sui cartelli presenti in autostrada poco prima di arrivarci. In generale la frequenza delle aree di servizio autostradali è maggiore che qui in Italia. La benzina però costa uno sproposito, tra 2,40 e 2,50 euro al litro.
- In Spagna? Aree di servizio, queste sconosciute! Non se ne trovano anche per lunghi tratti, e se per caso rimanete a secco di benzina peggio per voi: a noi non è capitato perchè appena vedevamo che il serbatoio della benzina scendeva a metà ci fermavamo per rifornirci. Però ci è capitata un’area di servizio in cui era finita la benzina, e un’altra in cui l’autocisterna di rifornimento dei distributori di benzina ha dovuto farsi strada faticosamente tra le macchine in coda, e una povera signora ha dovuto improvvisarsi vigilessa per creare lo spazio di manovra per il gigantesco mezzo. Ma la cosa più bella è stato dover fare le code per fare benzina! Da noi non capita, ma a quanto pare in Spagna è una cosa piuttosto frequente l’assalto degli automobilisti ai distributori di carburante: questo avviene perchè prima bisogna rifornirsi, poi bisogna andare dentro per pagare direttamente in cassa, dove a sua volta c’è coda… per farsi perdonare questa cosa però la benzina costa tra 1,76 e 1,80 euro al litro.
- In Francia attenzione alle corsie preferenziali dei mezzi pubblici, che non sono segnalate affatto bene! A Nimes ci è capitato per sbaglio di finire nella corsia preferenziale degli autobus, che abbiamo percorso per un breve tratto; per fortuna ce ne siamo accorti quasi subito e ci siamo spostati, ma se ci arrivasse una multa per questa e eventuali altre infrazioni al codice della strada francese sto già pensando alla sperduta isola tropicale su cui mi rifugerò per non doverla pagare (ovviamente non sceglierò nessuna isola francese dei territori d’oltremare), visto che sicuramente sarà salata, più salata dell’acqua del mare.
- Guidare attorno a Marsiglia e immediati dintorni è un’esperienza piuttosto caotica: dato che gli svincoli autostradali della tangenziale di Marsiglia sono quasi paralleli tra di loro, è facilissimo sbagliarsi e finire chissà dove… e questo ci è capitato di notte quando, stravolti dai chilometri e dalle ore di guida sotto il Sole concente, e dopo aver trovato un posto per dormire a Aix-En-Provence (che vi consiglio di visitare, è una graziosa cittadina a mezzoretta di macchina da Marsiglia, se non vi perdete prima) per il rotto della cuffia, anche il navigatore ci ha fatto sbagliare strada… idem per quanto riguarda la guida proprio dentro la città: se detestate il traffico cittadino, questo posto in macchina non fa decisamente per voi, e il rischio bestemmie è dietro l’angolo.























