Domenica 21 giugno, per sfuggire al caldo opprimente, sono andata al colle del Piccolo San Bernardo, a 2188 m s. l. m., per ammirare il tramonto del Sole. La particolarità di questo luogo è che ospita un cromlech megalitico, situato esattamente sul confine tra Italia e Francia sullo spartiacque dei bacini della Dora Baltea e dell’Isère. La parte italiana si trova all’interno del territorio del comune valdostano di La Thuile e si raggiunge comodamente seguendo la SS26.

Arrivata in zona, c’era già parecchia gente: il 21 giugno, giorno del solstizio estivo, alle 19:30 il sole tramonta dietro al monte Lancebranlette, a nord-ovest del colle, proiettando due zone d’ombra che circoscrivono progressivamente la circonferenza di pietre fino a lasciare solo un cerchio illuminato. Tra di loro era presente anche Guido Cossard, archeoastronomo valdostano, che ci ha raccontato un po’ di cose sul cromlech, costruito in età pre-romana, probabilmente nel 3000 a. C., e gli storici concordano su una sua origine celtica. È difficile stabilire con precisione la data di costruzione, poiché molte pietre sono state spostate o tolte del tutto, altre sostituite, nel corso dei secoli. Non è da escludere la presenza di un dolmen al centro.
L’autore latino Petronio descrisse questo luogo come consacrato a Ercole Graio, riferendosi al mito del passaggio dell’eroe attraverso il passo, chiamato dai Romani Alpis Graia (da cui il toponimo Alpi Graie):
(latino) «Alpibus aeriis, ubi Graio numine pulsae descendunt rupes et se patiuntur adiri, est locus Herculeis aris sacer: hunc nive dura claudit hiemps canoque ad sidera vertice tollit.»
(italiano) «Sulle Alpi, vicino al cielo, nel luogo in cui, scostate dalla potenza divina di Graius, le rocce si vanno abbassando e si lasciano valicare, c’è un luogo sacro dove si innalzano gli altari di Ercole: l’inverno lo ricopre di una neve persistente; e leva la sua testa bianca verso gli astri.»
Questo passo di Petronio fa chiaramente riferimento a un valico alpino:, che in antichità era considerato un’azione benevola da parte di una divinità delle montagne, in questo caso Graio, per permettere all’uomo il superamento delle cime. Gli altari di Ercole invece rappresentano le 46 pietre o menhir che da millenni vengono ricoperti dalla neve in inverno mentre in primavera tornano a guardare le stelle perchè la neve si scioglie. La direzione del nord è indicata dal Monte Bianco.
Le 46 pietre sono disposte a una distanza di 2-4 metri una dall’altra in media, e formano una circonferenza di circa 72 metri di diametro.
Oltre al cromlech, nelle immediate vicinanze è stata ritrovata anche una mansio romana: la parola “mansio” deriva dal latino “manere”, cioè “rimanere” o “fermarsi”: era una struttura posta lungo le grandi strade dell’impero romano dove i viaggiatori potevano fermarsi, mangiare, pernottare e provvedere agli animali da trasporto, in pratica una sorta di stazione di servizio e di sosta dell’antichità. Nel caso del Piccolo San Bernardo, la posizione era particolarmente importante: attraversare le Alpi significava affrontare un ambiente difficile e il passo costituiva un punto obbligato del percorso. La mansio permetteva dunque di interrompere il viaggio e organizzare il passaggio del valico.




Ah, in tutto questo vi starete domandando se abbiamo visto il tramonto del Sole dietro il Lancebranlette? Ovviamente no, dal momento che era tutto nuvoloso, ma per la legge di Murphy degli archeoastrofili il cielo si è aperto poco dopo il tramonto del Sole quando ormai tutto era finito… pazienza, ritenteremo il prossimo anno.
Per approfondire: “Cieli perduti” di Guido Cossard, UTET Editore

















